Per meglio comprendere il suo significato, il Karate, va ricondotto alla storia del Giappone, ai suoi abitanti, alla sua cultura. E’ a Okinawa, nella più importante delle isole RyuKyu che culture diverse provenienti anche dalla Cina si fusero insieme sino al 300 A.C. Gli studiosi affermano che tracce di danze di guerra e forme di lotta a mani nude si sono individuate persino in India, terra natale di Bodhidarma, il nobile monaco che intorno al 529 D.C. attraverso la Cina raggiunse Okinawa dove insegnò e introdusse il nuovo concetto di forza spirituale e non solo fisica. Asseriscono gli storici che dopo annose rivalità e divisioni, nel 1429, la nascita di un unico regno suggellò l’inizio di un periodo di fiorenti attività, scambi commerciali e culturali soprattutto con la Cina che influenzarono anche le Arti Marziali, come testimoniano storie biografiche di Maestri che in quel paese studiarono, la permanenza per alcuni anni a Okinawa del grande Maestro cinese Kusanku e l’ideogramma originario dell’Arte il cui significato era Mano Cinese. Nel 1609 dopo avere contribuito fortemente al suo sviluppo, il Giappone occupò Okinawa e, annettendola all’Impero, pose fine alla sua indipendenza. Contemporaneamente, in seguito al divieto imposto di possedere armi, i contadini, pescatori e artigiani iniziarono a praticare sistemi di lotta con l’utilizzo dei propri attrezzi da lavoro o a mani nude, sino a rendere il proprio corpo un’arma micidiale per l’autodifesa. Segretamente nascevano numerose scuole tra cui l’Arte Shuri-Te, Naha-Te e Tomari-Te riconducibili a due principali, quella Shorin sviluppata a Shuri e quella Shorei della città di Naha. Come le città da cui prendevano il nome, i metodi di combattimento delle tre scuole non distavano molto uno dall’altro, differenziandosi soprattutto per alcuni aspetti imputabili alle differenti caratteristiche dei rispettivi Maestri, più superficiali che sostanziali. E’ il 1916 quando uno di essi, il Maestro okinawense Gichin Funakoshi, invitato dalle autorità giapponesi a partecipare ad una dimostrazione pubblica, decide di accettare l’incarico di Maestro presso alcune università e la sua breve trasferta si trasforma in una lunga permanenza. In quegli anni altri grandi Maestri contribuirono con i propri insegnamenti allo sviluppo delle Arti Marziali in Giappone, favorendo anche la diffusione di Kendo e Judo. Per il Karate fu determinante l’opera di divulgazione operata dai Maestri Kenwa Mabuni (ShitoRyu), Choiun Miyagi (GojuRyu) e Gichin Funakoshi (Shotokan). Nel 1935, volendo evitare possibili ostacoli all’integrazione del Karate nella tradizione giapponese, in un clima di crescente spirito nazionalistico, il Maestro Funakoshi decise di chiamare Karate (Mano Vuota) l’Arte, abbandonato definitivamente nel suo ideogramma il riferimento alla Cina e associato successivamente “Do” (Via), divenne “Karate Do”, il cui significato è la Via del Karate. Oggi assunto a simbolo di tutte le arti marziali, il ciliegio venne adottato dai Samurai quale emblema di appartenenza alla propria classe. Nell’ iconografia classica del guerriero il ciliegio rappresenta insieme la bellezza e la caducità della vita: esso, durante la fioritura, mostra uno spettacolo incantevole nel quale il samurai vedeva riflessa la grandiosità della propria figura avvolta nell’armatura, ma è sufficiente un’ improvviso temporale perché tutti i fiori cadano a terra, proprio come il samurai può cadere per un colpo di spada infertogli dal nemico. Il guerriero, abituato a pensare alla morte in battaglia non come un fatto negativo ma come l’unica maniera onorevole di andarsene, rifletté nel fiore di ciliegio questa filosofia. Un antico verso ancora oggi ricordato recita : “tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”.

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